Playa Sirena
Meno Hard rispetto a Playa Paraiso, ci sono alcuni ombrelloni con sdraio annesse e un casino di palme, così si può stare all’ombra.
Dall’ingresso di Playa Sirena, alle palme vicino al mare, ci sono trecento metri di sabbia, una marcia forzata tipo quella della Legione Straniera, in pratica scendi dal trenino e vai veloce, per superare gli altri turisti e accaparrarti il posto più figo.
Nelle mie sinapsi viene proiettato il film: La Bandera, marcia o muori!
Ma dopo un po’, i polpacci urlano vendetta.
Siamo in vacanza e non abbiamo voglia di correre, per cui lasciamo che i legionari conquistino le loro posizioni, noi sistemiamo gli asciugamani sotto una palma qualsiasi, e siamo contenti lo stesso.
Fine di un epoca.
Prima o poi doveva succedere.
I miei vecchi occhiali da sole, gloriosi, piccoli e fuori moda, compagni di mille battaglie, inforcati sui palchi di quando facevo il cabaret, da vista perché sono una talpa, grigi al 90 percento, ora se li stanno godendo i pesci.
Se qualche sub vede una cernia occhialuta, sappia che quegli occhiali sono i miei.
Meno male che ne ho un altro paio.
Comunque, hanno fatto una fine intensa come la loro vita.
Adios!
Juan
La versione cubana di Renato Pozzetto è il cameriere più figo del ristorante sulla spiaggia del nostro albergo.
E’ il nostro posto preferito per pranzare, e Juan ci illustra il menù, esordendo con: che mangia ogi?, c’è poio, bisteca di manso, amburghesa, il maiale noè arrivato, filetto di pesce, pesce inteero….
Simona e Marco
Accanto a noi si siedono due ragazzi, all’inizio c’è un certo imbarazzo, più tardi, dopo aver fatto amicizia, scopriremo che anche loro erano stati coinvolti nel valzer assurdo delle lamentele itagliane e che anche loro avevano paura che noi fossimo parte dei lamentoni.
Già, perché in quei giorni dire che il posto ti piaceva equivaleva a passare per matto.
Ad esempio…
Marco ci racconta che il giorno prima, in spiaggia, un tipo di fianco a loro uccideva i tafani e li metteva in un sacchettino, per portarli alla tipa dell’agenzia di viaggio.
Questo era il livello.
Scopriamo con gioia qualcun altro a cui il posto piace un casino, il cibo pure, la spiaggia anche e tutti i favolosi annessi e connessi.
Tutti e quattro stavamo cominciando a pensare di essere noi quelli sbagliati, di essere troppo alla buona, dei poveracci, nessuno di noi aveva viaggiato tanto, per cui a tutti e quattro mancavano i termini di paragone.
Passeremo assieme il resto delle vacanze.
Coincidenze.
Simona e Marco hanno un anno esatto in più rispetto a Ladyzilla e a me, si sono sposati il giorno del mio compleanno, il compleanno di Marco è il giorno del matrimonio di Ottokin, sono andati a convivere un anno prima di noi, sono di Roma, sono in viaggio di nozze.
Hanno fatto una settimana di tour in giro per Cuba e ora passano alla seconda settimana al mare di Cayo Largo.
Havana
Venerdì 12 Agosto, io e Ladyzilla facciamo una gita.
Da Cayo Largo prendiamo un volo di linea cubano, della compagnia Aerogaviota, uno spettacolare bimotore Tupolev che ho visto solo nelle avventure del gruppo TNT.
Si entra da dietro, come negli aerei militari, dove è stata montata una scaletta in metallo, tipo quelle delle barche.
L’interno ricorda quello di una corriera degli anni ’50, sedili blu, scritte in spagnolo e inglese, ovunque si vedono i segni di una manutenzione artigianale, bulloni, rondelle e viti sono quasi tutte una diversa dall’altra, i pannelli sono stati tagliati a mano, fa un caldo pazzesco, la guida avvisa che se vediamo del fumo uscire dal soffitto non è un incendio, è l’aria condizionata.
Guardo in alto, il tettuccio dell’aeroplano è bagnato, coperto da brina di condensa.
Sorrido, stringendo la cintura, confidando nella capacità dei meccanici cubani.
Gita Guidata.
Saliamo su un Pullman, siamo una trentina, tutti italiani e tutti del nostro albergo.
La guida, è adattissima al pubblico medio, spara una serie di informazioni da sussidiario delle elementari, mi incazzo subito, ma Ladyzilla mi calma.
Guardo fuori dai finestrini, godendomi la vista di Cuba.
Quattro piani di Che.
Il ritratto del Che, sul muro del palazzo nella Piazza della Rivoluzione, fa davvero un certo effetto.
Lenny.
Di fronte al Campidoglio, veniamo fermati da Lenny Kravitz e dalla sua ragazza.
Lui è scuro, riccio riccio, con un paio di occhiali da sole a goccia, camicia a scacchi con le maniche tagliate, jeans e ciabatte, lei è meno appariscente e più incazzata con il mondo rispetto a lui.
Lenny sorride, proponendomi un traffico loschino.
Dovrei andare a comprare dei generi di prima necessità in un negozio per turisti, per poi darli a loro, così non devono usare la tessera.
Ho letto di questo “giro”, in pratica i cubani hanno una tessera con cui comprano le cose che lo stato gli passa, hanno delle razioni mensili di latte, zucchero, eccetera.
Ho letto anche che fare quello che mi propone Lenny è illegale, molto spesso queste merci vengono rivendute al mercato nero, in giro ci sono un sacco di poliziotti in borghese che controllano e potremmo avere dei casini sia noi che loro.
Gli dico che non me la sento, e che mi dispiace.
Lei si risente, lui no, sorride e mi dice:
Mi regali la bandana che mi piace?
La slaccio e gliela porgo.
Così, la mia bandana a l’Havana dura solo cinque minuti.
(continua)